Il disaccoppiamento smascherato

La COP di Madrid ha fallito, nonostante tutta l’attenzione che (anche grazie a Greta ed ai Fridays For Future) quest’anno è stata rivolta finalmente all’emergenza climatica. Ma perché?

Ovviamente di ragioni contingenti se ne possono individuare molte, si parla ad esempio dalle resistenze specifiche di alcuni paesi. Noi crediamo però che ci sia una ragione strutturale, cioè il fallimento dell’idea del disaccoppiamento, secondo la quale sarebbe possibile “disaccoppiare” la crescita economica dall’evoluzione degli impatti ambientali (“+ Pil e– CO2”). Questo è lassunto cardine su cui si basa qualsiasi approccio “ufficiale” alla risoluzione della crisi climatica, che si chiami sviluppo sostenibile, green economy o economia circolare, dalle grandi conferenze internazionali ai piccoli impegni di tanti comuni.

Il problema è che questo disaccoppiamento è solo una speranza (in buona o cattiva fede, non si sa) – quasi al livello di “botte piena e moglie ubriaca”! al contrario, come spiega magistralmente il report “Il mito della crescita verde” dell’European Environmental Bureau (appena tradotto da MDF), ci sono ampie prove sia teoriche che empiriche che dimostrano come tale disaccoppiamento non sia né mai verificatosi finora, né plausibile per il futuro!

Sono quindi destinate a fallire (o comunque ad essere inconcludenti) le COP e tutti percorsi simili della politica ambientale nazionale, europea ed internazionale, perché basate su un presupposto concettuale inventato o comunque falso: finché si punterà su una crescita economica “accoppiata” ad una riduzione dell’impatto ambientale, cioè sul mito della “crescita verde” o dello “sviluppo sostenibile”, non si andrà proprio da nessuna parte!

Quelli che servono sono invece cambiamenti profondi e strutturali come quelli proposta dalla decrescita, partendo da una doppia consapevolezza: c’è bisogno urgente di una riduzione assoluta di produzione e consumo che, se governata, selettiva ed equa, può portarci una qualità della vita anche più elevata, tirandoci fuori dal girone infernale del lavoro e del consumo ossessivi e senza senso reale.

Nel dettaglio, il report valuta innanzitutto di che tipo di disaccoppiamento avremmo bisogno: dovrebbe essere assoluto, globale, permanente, di entità e velocità sufficiente per raggiungere almeno gli accordi di Parigi per quanto riguarda l’emergenza climatica. Inoltre questo disaccoppiamento dovrebbe essere così consistente rispetto a tutte le risorse che non si spostano i problemi semplicemente altrove (esacerbando i noti problemi di diseguaglianze globali causate dal nostro modello di sviluppo) o su altre risorse e impatti: anche se, ipoteticamente parlando, la coltivazione di piante per agro-carburanti potesse sostituire le fonti fossili e ridurre le emissioni CO2 dai trasporti, questo entrerebbe in forte conflitto con la produzione di piante per l’alimentazione umana e la biodiversità degli ecosistemi naturali, risolvendo forse in parte la crisi climatica, ma soltanto per crearne altre.

Nella seconda parte secondo questa griglia vengono esaminate molte ricerche empiriche. Il risultato è, se si crede nello sviluppo sostenibile, sconfortante per la sua omogeneità in casi molto diversi. I casi in cui il disaccoppiamento è stato effettivamente rilevato non corrispondono mai ai criteri sopra esposti, ma il disaccoppiamento riscontrato è stato sempre solo relativo (quindi l’impatto ambientale continua a crescere col Pil, solo che lo fa più lentamente) e∕o locale e∕o temporaneo e∕o di entità e velocità insufficienti. Infatti, per un’idea globale del problema, basta considerare il fatto che negli ultimi decenni, nonostante tutti gli sforzi, le emissioni globali di gas serra non sono diminuite, ma hanno continuato a crescere.

Infine, la terza parte del documento si dedica alla ricerca del perché di questo risultato così deludente ed identifica sette ragioni: l’aumento della spesa energetica, gli effetti rimbalzo, lo spostamento dei problemi, l’impatto sottostimato dei servizi, il potenziale limitato del riciclo, il cambiamento tecnologico insufficiente e inappropriato e la delocalizzazione dei costi.

  1. L’aumento della spesa energetica significa che man mano che si esauriscono i giacimenti più facilmente accessibili di una risorsa naturale (che ovviamente vengono sfruttate per prime), l’estrazione diventa sempre più costosa (non solo in termini economici, ma anche di impatto). Peggiora quindi il rapporto tra energia investita ed energia ricavata (EROI), che è passato da 33 alla fine degli anni ‘90 a 6 nel 2018 (nonostante tutti gli aumenti di efficienza), fino alle stime di 3 per i prossimi anni, se si dovesse passare fortemente verso le rinnovabili , con un costo dell’energia molto più elevato. Considerando quanto è fondamentale il costo dell’energia per la crescita economica, questo sottolinea quanto difficile è coniugare una base energetica rinnovabile con un sistema socio-economico che punta alla crescita.
  2. Gli effetti rimbalzo si riferiscono al fatto che aumenti di efficienza grazie all’innovazione tecnologica sono facilmente compensati da aumenti di consumo. Per esempio: I frigoriferi che sono diventati sempre più efficienti ma anche più grandi, i motori sempre più efficienti che si trovano in macchine sempre più grandi con cui si fanno sempre più km, e così via.
  3. Per spostamento dei problemi si intende, come accennato sopra, che risolvere problemi in un campo possono produrne in altri. Le auto elettriche per le cui batterie i materiali vengono estratti in aree di guerra civile con impatti sociali ed ecologici devastanti; l’energia nucleare che (forse) riduce le emissioni di CO2, ma pone il problema dei suoi rifiuti; le politiche di rinnovamento urbano ecologico che portano a aumenti dei valori immobiliari ed espellono così gli abitanti più deboli.
  4. L’impatto sottostimato dei servizi è legato a due aspetti importanti. Da un lato l’economia dei servizi non può esistere senza un’economia reale, a cominciare da quella necessaria per tutti i suoi lavoratori. Dall’altro i servizi stessiconsumano molto più di quanto non si immagini: si stima che la percentuale di energia elettrica consumata per internet possa aumentare dai 4,6% del 2012 a 51% nel 2030 (Andrae e Edler, 2015).
  5. Il potenziale limitato del riciclo si riscontra da un lato nel fatto osservabile che nonostante tanti sforzi fatti, i livelli di riciclo rimangono piuttosto bassi, dall’altro nel fatto tanto banale quanto fondamentale che si può solo riciclare quanto già prodotto – e quindi in un’economia crescente si produce comunque sempre di più.
  6. Il cambiamento tecnologico insufficiente e inappropriato significa che non è per niente scontato che l’innovazione prodotta riguardi effettivamente i fattori di produzione più rilevanti per la sostenibilità: le risorse naturali non sono generalmente il fattore di produzione più costoso (come piuttosto lavoro e capitale) e non sono dunque il primo target di innovazione. Le innovazioni poi possono benissimo peggiorare la situazione, basti pensare al fracking ed altre nuove tecnologie che negli ultimi anni hanno aumentato l’attrattività delle fonti fossili. Dopodiché è molto difficile l’effettiva sostituzione di tecnologie inquinanti: l’installazione di impianti per energie rinnovabili per esempio ha più che altro aumentato la quantità totale di energia disponibile, piuttosto che sostituire le fonti fossili. E poi l’innovazione sembra essere troppo lenta per poter contrastare la crescita totale dell’economia. Anche perché prima vengono effettuati i cambiamenti più facili, contribuendo a quello che Mauro Bonaiuti chiama rendimenti decrescenti, dell’innovazione tecnologica in questo caso.
  7. Infine, la delocalizzazione dei costi. Quando si paragonano le nostre città di oggi a quelle di quarant’anni fa pare ovvio che sono stati fatti grandi progressi nella tutela dell’ambiente: ma questo è vero solo localmente! In buona parte l’aumento della qualità ambientale e dunque di qualità della vita nelle nostre città corrisponde sostanzialmente alla delocalizzazione delle industrie altrove, in Cina in primis, ove infatti la qualità dell’aria ricorda le più cupe descrizioni delle città industriali inglesi ottocentesche fatte da Friedrich Engels. Se infatti poi si guarda alle impronte ecologiche (che contano l’impatto dei prodotti e servizi da noi consumati indipendentemente dal loro luogo di produzione), ci si rende facilmente conto che non siamo affatto diventati meno dannosi, anzi le impronte ecologiche dei paesi ricchi sono aumentate, siamo solo stati bravi a esternalizzare le conseguenze delle nostre azioni altrove. Un altrove a volte anche molto vicino, quando nelle nostre periferie gli strati sociali più deboli vivono nei luoghi con la peggiore qualità ambientale, soffrendo infatti di una maggiore aspettativa di vita: vicino all’autostrada, alla fabbrica (Taranto!) o alla discarica – più spesso però un altrove in altre parti del mondo.

Per tutte queste ragioni, tutti i piani basati sul disaccoppiamento sono destinati a fallire. Servono invece cambiamenti profondi e strutturali come quelli proposta dalla decrescita, partendo da una doppia consapevolezza: c’è bisogno urgente di una riduzione assoluta di produzione e consumo che, se governata, selettiva ed equa, può portarci una qualità della vita anche più elevata, tirandoci fuori dal girone infernale del lavoro e del consumo ossessivi e senza senso reale.

La sfida di una tale proposta, lo sappiamo, è ingente, ma va affrontata con coraggio, non semplicemente aspettando illuminazioni dall’alto, né accontentandosi di approcci individualistici limitati come il consumo critico e la semplicità volontaria (che pure sono utili punti di partenza se svolti con coscienza politica), ma nella costruzione collettiva dal basso sia di concreti modi di vivere diversi (e ce ne sono tanti sia in Italia che nel resto del mondo) sia di una consapevolezza culturale e politica che può preparare il terreno a trasformazioni più ampie.