Otto tesi sui sistemi complessi

1) Il processo economico ha natura entropica

La teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen rappresenta un punto di partenza imprescindibile per una critica dell’economia neoclassica, in particolare per quanto attiene il tema dei limiti alla crescita. Questi limiti sono, come noto, dovuti alla natura entropica del processo economico: secondo la legge di entropia ogni attività produttiva comporta l’irreversibile degradazione di quantità crescenti di energia e, sotto certe condizioni, anche di materia. Essendo la biosfera un sistema chiuso (scambia energia, ma non materia con l’ambiente) ne discendono due importanti conclusioni per l’economia: la prima è che l’obiettivo fondamentale del processo economico (la crescita illimitata della produzione e dei redditi) essendo basato sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili risulta in contraddizione con le leggi fondamentali della termodinamica e pertanto, va abbandonato o comunque radicalmente rivisto. L’evidenza empirica accumulatasi negli ultimi trent’anni è del resto, a questo proposito, robusta e concorde. I dati possono essere sempre messi in discussione ma, a uno sguardo d’insieme, manifestano con evidenza – a chi voglia leggerli senza pregiudizi – quanto il sistema produttivo globale sia insostenibile per la biosfera.

La seconda conclusione è di natura metodologica: la rappresentazione pendolare del processo economico (posta in apertura di ogni manuale di economia e secondo la quale la domanda stimola la produzione che, a sua volta, fornisce il reddito necessario ad alimentare nuova domanda, in un processo reversibile e apparentemente in grado di riprodursi all’infinito) va sostituita da una rappresentazione evolutiva, in cui il processo economico risulti orientato lungo la freccia del tempo, mostrando così la sua irreversibilità. La bioecnomia ci ricorda in questo modo l’inevitabile carattere materiale del processo economico, riportando la scienza economica dalle rarefatte atmosfere della matematica all’universo concreto del vivere e della Natura.

2) I sistemi complessi sono dotati di anelli di feedback

Nell’ambito dei sistemi complessi le relazioni tra due o più sistemi assumono sovente la forma di una relazione circolare. A seconda se l’effetto di retroazione va a rinforzare oppure a smorzare l’input originario, avremo a che fare con sistemi a retroazione positiva o negativa. Come noto, l’evoluzione nel tempo di queste due tipologie sarà diametralmente opposta: mentre i sistemi a retroazione negativa sono autocorrettivi, quelli a feedback positivo mostrano, al contrario, caratteristiche auto-accrescitive. Nei sistemi a retroazione negativa le variazioni avvengono sempre per assicurare il raggiungimento di qualche scopo fondamentale, come la “sopravvivenza della specie”. Viceversa i sistemi dotati di un anello di retroazione positiva presentano caratteristiche esplosive: la progressione esponenziale della popolazione o la spirale della violenza sono buoni esempi di feedback positivo. All’interno del sistema economico operano molteplici circuiti auto-accrescitivi, quindi potenzialmente pericolosi, come il processo di accumulazione del capitale.

Processi di natura auto-accrescitiva possono essere ricondotti all’equilibrio secondo due modalità diverse. La prima è mediante l’attivazione di processi di feedback negativo, generalmente interni al sistema, che intervengono automaticamente prima che questo abbia oltrepassato certi livelli di soglia: in questi casi il sistema converge verso l’equilibrio senza che la transizione comporti effetti distruttivi sul sistema stesso. Il secondo caso (definito di overshooting) è invece quello in cui, superata una certa soglia critica, la crescita viene ad essere limitata dalla pressione esercitata su altri sistemi che, non essendo più in grado di offrire le risorse necessarie o, più in generale, vedendo compromesse le proprie relazioni vitali, non solo bloccano l’ulteriore sviluppo del sistema principale, ma ne impediscono il successivo recupero una volta che i valori siano discesi al di sotto della soglia critica. In questo secondo caso parleremo di una totale perdita di resilienza, seguita da collasso del sistema. In generale è chiaro che un processo di  transizione graduale verso assetti sostenibili nel tempo, richiede l’intervento di processi di feedback negativo del primo tipo. La scienza economica tradizionale non coglie questi anelli di retroazione perché tende, seguendo la meccanica, a spiegare i fenomeni mediante catene lineari basate sul principio di causa-effetto. Viceversa cogliere la presenza di questi anelli è di importanza fondamentale per interpretare le dinamiche evolutive di lungo periodo tra sistema economico-sociale e biosfera e, soprattutto, per coglierne le potenziali derive autodistruttive.

3) Della misura giusta: la questione della scala ed il principio di emergenza

Per quanto le differenze più evidenti tra gli organismi viventi siano differenze di dimensioni, gli stessi scienziati naturali vi hanno fatto ben poco caso. Tuttavia non è difficile dimostrare che un topo non potrebbe avere la dimensioni di un ippopotamo, o una balena essere piccola come un’aringa. Agli inizi del secolo scorso il naturalista D’Arcy W. Thompson, in un testo straordinario, espresse chiaramente l’idea che qui ci preme richiamare: una crescita nelle dimensioni porta normalmente a una variazione nella struttura, cioè a una modifica della forma dell’organismo. Ma ancora più assordante è il silenzio che ha circondato la questione della scala nella scienza economica. Per quanto nel mondo economico esistano micro imprese composte da una sola persona e giganti capaci di fatturare cifre superiori alla somma del PIL di diversi paesi, nei manuali di economia la struttura dei soggetti economici è descritta in modo totalmente indipendente dalle loro dimensioni. Nonostante la critica di Georgescu-Roegen (1971b, pp. 105-107), per l’economia ortodossa non si pone alcun problema e “per raddoppiare la produzione è sufficiente raddoppiare la quantità degli inputs …”.

Persino il pensiero ecologista non ha attribuito alla questione della scala la dovuta attenzione, nonostante gli autorevoli richiami di alcuni maestri come Ivan Illich (1973), Ernest Schumacher (1973) e Gregory Bateson (1979). All’inizio degli anni Settanta questi autori, seppure con accenti diversi, affermarono con chiarezza l’idea che, superata una certa soglia, anche le strutture sociali subiscono generalmente trasformazioni strutturali dalle quali possono discendere conseguenze negative non previste.5 Tuttavia l’intuizione secondo la quale la crescita comportasse generalmente alterazioni nella forma dell’organismo, e che questo principio potesse essere trasferito anche a livello delle strutture sociali, va fatta risalire al grande biologo e genetista J. B. S. Haldane (1892-1964). In un breve saggio scritto negli anni tra le due guerre Haldane giunse alla lucida consapevolezza che, come in natura ogni animale ha una misura giusta e le balene non hanno la stessa struttura delle aringhe, allo stesso modo non era possibile conciliare ideali di equità ed emancipazione con le dimensioni dell’impero sovietico o di quello britannico.

È solo con lo sviluppo delle scienze della complessità, tuttavia, che questa idea, definita come principio di emergenza, assume una formulazione più rigorosa e ne viene riconosciuta la vasta portata ermeneutica. La questione è stata posta con grande chiarezza dal fisico Phil Anderson in un famoso articolo apparso nel 1972 su Science7: “More is different”. Anderson inizia affermando che nessuno scienziato rigoroso metterebbe in discussione il fatto che “lo stesso insieme di leggi fondamentali” vale attraverso l’intero dominio della materia, vivente e non vivente. La domanda importante è un’altra, e cioè se è possibile, partendo da queste leggi fondamentali, “ricostruire l’universo”. La risposta di Anderson a questo riguardo è chiaramente negativa. Quanto più rilevanti sono le considerazioni dei fisici delle particelle elementari rispetto a tali “leggi fondamentali” tanto meno esse sono necessarie per comprendere ciò che accade ad altri livelli della realtà e particolarmente nelle scienze sociali. Ad ogni nuovo “livello di complessità” un nuovo tipo di proprietà emerge, e tali proprietà emergenti sono “fondamentali quanto le altre”. Ne possiamo concludere che le leggi della fisica si applicano a tutta la materia, e dunque anche ai processi sociali che coinvolgono materia ed energia (come i processi di produzione), ma in generale le leggi emergenti a più alti livelli di complessità sono appunto “nuove leggi” non deducibili dalle “leggi fondamentali” del livello precedente.

Allo stesso modo la grande maggioranza dei biologi sostiene oggi che gli organismi viventi, sebbene siano costituiti da strutture che rispondono alle leggi chimico-fisiche, presentano caratteristiche qualitative, frutto della particolare associazione delle molecole e delle particolari reazioni possibili grazie a queste molecole (metabolismo), che non permettono né di ridurre la biologia ad una branca della chimica o della fisica né di equiparare un organismo vivente ad alcuna delle macchine costruite dall’uomo. «Man mano che i livelli di complessità salgono lungo la gerarchia dell’atomo, della molecola, del gene, della cellula, del tessuto, dell’organismo e della popolazione, compaiono nuove proprietà come risultato di interazioni e di interconnessioni che emergono ad ogni nuovo livello. » (S. J. Gould, 1985).

La straordinaria portata esplicativa che il principio di emergenza può assumere nell’ambito delle scienze sociali non è ancora stata riconosciuta. Queste infatti, e l’economia in particolare, sono ancora oggi dominate dal riduzionismo proprio del paradigma dell’individualismo metodologico, secondo cui il comportamento degli aggregati è sostanzialmente riconducibile al comportamento dei singoli individui (Caillé, 1998). Tutta la teoria microeconomica è basata sull’assunto del comportamento atomistico degli agenti. Al contrario, come vedremo, alcuni dei fenomeni cruciali per interpretare la crisi multidimensionale che stiamo attraversando derivano delle specifiche proprietà degli aggregati che, superate certe soglie dimensionali, emergono come conseguenza delle specifiche modalità di iterazione tra i soggetti a quella scala. Si tratta dunque di un aspetto che terremo ben presente nel proseguo della nostra analisi.

4) I sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile

Negli organismi viventi la crescita è sempre soggetta a dei limiti. Negli organismi superiori essa è generalmente autocontrollata: essi raggiungono una certa dimensione, dopodiché alcuni segnali chimici interni all’organismo ne arrestano lo sviluppo. In generale un valore troppo grande, come uno troppo piccolo, di qualsiasi variabile è pericoloso per l’organismo: troppo ossigeno comporta la combustione dei tessuti, e troppo poco porta ad uno stato di asfissia. La vita all’interno della biosfera, immersa nelle radiazioni cosmiche, si sviluppa in un intervallo di frequenze di appena 4 ottave e mezzo, delle 40 che conosciamo. Nel mondo biologico esistono ovunque delle soglie che, per quanto flessibili e – in certi casi – difficili da determinare, non possono essere superate. Questo principio contrasta fortemente con gli assunti della teoria economica dominante, secondo la quale i comportamenti dei soggetti economici sono di tipo massimizzante. Una quantità maggiore di un bene è sempre preferita ad una quantità minore (ipotesi di non sazietà). A livello macroeconomico, nulla si oppone ad una crescita continua del reddito, dei consumi e della produzione, anzi essa è ritenuta primo ed essenziale obiettivo di ogni politica economica.

5) I sistemi biologici hanno una pluralità di fini

Se escludiamo quella finalità generale che è la “sopravvivenza della specie”, non possiamo affermare che i sistemi biologici perseguano la massimizzazione di un unico fine, rispetto al quale tutte le altre variabili sono subordinate; nel mondo biologico, i mammiferi presentano un sistema di valori multidimesionale. Anche questa caratteristica contrasta con gli assunti della teoria economica dominante, in cui sono state introdotte alcune ipotesi specifiche al fine di garantire che il benessere prodotto dal consumo di qualsivoglia bene sia ordinabile lungo un medesimo indice mono-dimensionale: l’utilità.

Come è stato dimostrato, la possibilità di ordinare una varietà di “panieri” lungo una stessa dimensione (l’utilità), cade quando si abbia a che fare con un ordinamento delle preferenze di tipo “lessicografico”, in cui cioè non vi è sostituibilità fra i diversi beni. L’esperienza di tutti i giorni dimostra che questa è una situazione possibile: l’accesso ad internet non può essere un buon sostituto per chi non ha accesso all’acqua potabile, così come il pane distribuito dalle associazioni umanitarie non può soddisfare chi ha un disperato bisogno di giustizia e di dignità. Contributi provenienti dai più svariati campi disciplinari, dalla biologia all’antropologia, dalla psicologia all’economia sperimentale, ci insegnano che un autentico benessere è il portato di molteplici dimensioni tra loro irriducibili. L’introduzione di una concezione multidimensionale del benessere contribuisce a spiegare uno dei paradossi fondamentali in cui cade la teoria neoclassica del consumatore, il paradosso della felicità.

6) I sistemi biologici presentano una combinazione di comportamenti di tipo competitivo e cooperativo

Per l’economista i sistemi socioeconomici sono caratterizzati dalla presenza di comportamenti esclusivamente competitivi. Una troppo facile lettura della teoria evoluzionista ha portato ad una rappresentazione dell’universo del vivente dominato esclusivamente dalla “lotta per la sopravvivenza” e tale concezione è stata estesa ai sistemi socioeconomici (darwinismo sociale). È curioso osservare, viceversa, come nella letteratura biologica sovietica prevalessero le relazioni cooperative, simbiotiche tra le specie, la competizione era quasi assente e la natura diveniva metafora della cooperazione universale. Credo che i tempi siano ormai maturi per andare oltre queste letture ideologiche e strumentali: è oggi chiaro ai biologi che negli ecosistemi coesistono comportamenti di tipo competitivo e cooperativo, e che entrambi sono essenziali per la conservazione delle specie. Allo stesso modo anche tra i soggetti economici coesistono relazioni di tipo competitivo e cooperativo, anzi queste ultime – come vedremo – diventano imprescindibili per compensare alcune spirali autodistruttive che caratterizzano i sistemi capitalistici.

7) In un contesto espansivo sono i comportamenti competitivi che generalmente favoriscono il successo e lo sviluppo della specie, viceversa in contesti non espansivi (di equilibrio) sono i comportamenti cooperativi che generalmente favoriscono il successo

Secondo Kenneth Boulding (1981) le interazioni all’interno degli ecosistemi possono assumere essenzialmente due modalità: una fondamentalmente espansiva, (colonizing mode) ed una invece non espansiva o di equilibrio (equilibrium mode). La prima è caratterizzata da condizioni di abbondanza di risorse e di nuovi spazi. In essa gli organismi si espandono verso nuovi ecosistemi, verso nuove nicchie da colonizzare. Nella seconda invece, data l’assenza di nuovi territori liberi o sottoutilizzati, gli organismi si assestano in una posizione di equilibrio. La biologia ci offre così la lezione fondamentale che non vi è un comportamento buono per tutte le stagioni ma, al contrario, se muta il contesto ambientale mutano le strategie che favoriscono lo sviluppo della specie.

A differenza di quanto afferma la teoria neoclassica, “massimizzare” la competizione attraverso la concorrenza “perfetta” tra i soggetti economici non produce necessariamente risultati ottimali. È probabile che soggetti o comportamenti particolarmente competitivi risultino vincenti in contesti espansivi. Non a caso l’homo sapiens si è evoluto attraverso la colonizzazione e la conquista continua di nuovi territori, in competizione con altre specie. Aggressività e atteggiamenti competitivi sono dunque profondamente inscritti nel suo percorso evolutivo. In tempi più recenti l’avventura della modernità, con la sua cultura individualista e competitiva, ha avuto origine e si è sviluppata in un contesto espansivo caratterizzato dalla conquista di nuovi continenti (America, Indie, ecc.) e di nuovi spazi intellettuali (scienza, tecnica, ecc.). Non a caso, infine, lo spirito economico americano, – anch’esso particolarmente individualista e competitivo – si è forgiato nell’esperienza dell’espansione verso il West. Tuttavia in condizioni non espansive, quali quelle a cui la specie umana si sta necessariamente approssimando in virtù dell’oramai quasi completa colonizzazione degli ecosistemi terrestri, sono i comportamenti cooperativi a dare i migliori risultati. La cultura classica cinese può costituire una interessante controprova: essa si è forgiata in un ambiente non espansivo (si pensi alla Grande Muraglia) e non a caso essa presenta tratti fortemente non-individualisti e non-competitivi.

Questo ci porta ad un diverso modo di considerare la pressione competitiva negli attuali sistemi socioeconomici: la presenza di un grado troppo elevato di competizione, così come di uno troppo basso, saranno da considerarsi generalmente pericolosi per il sistema. La natura ci insegna che perseguire l’efficienza attraverso la competizione esasperata, come unico obiettivo dell’attività economica, non solo è la conseguenza di una concezione riduttiva dell’essere umano ma porta facilmente, come vedremo, verso comportamenti distruttivi per la specie e nuove forme di schiavitù, distruzione dell’ambiente, dilagare della corruzione finanziaria, possono rappresentare esempi di tali effetti. A controprova di ciò basti pensare quanto frequentemente in natura si osservano invece comportamenti ridondanti o palesemente inefficienti.

8) I sistemi sociali sono caratterizzati dalla capacità di formarsi rappresentazioni condivise dell’universo in cui vivono

Ciò che caratterizza i sistemi biologici e sociali, e li distingue dai sistemi fisici, è la loro capacità di formarsi rappresentazioni dell’universo in cui vivono. Anche gli animali sono generalmente capaci di farsi un’idea dell’universo in cui vivono e di prendere decisioni a fronte di certi stimoli (signalling). Persino gli organismi unicellulari avvertono, per esempio, la presenza di un certo composto chimico e si muovono, di conseguenza, laddove la concentrazione di tale composto è maggiore. Tuttavia ciò che caratterizza le organizzazioni socio-culturali umane è la loro capacità di negoziare rappresentazioni, dando luogo a rappresentazioni condivise. A differenza di quanto accade nell’attività omologa nell’ambito dei sistemi biologici nella negoziazione la semantica conta. Il messaggio può essere totalmente nuovo e tuttavia chi lo invia si aspetta che colui che lo riceve sia in grado di interpretarlo. Affinché ciò avvenga è estremamente importante che le organizzazioni socio-culturali condividano “attribuzioni” e “forme narrative” su cui i messaggi si basano. In altre parole, in termini più generali, la formazione di rappresentazioni condivise è la premessa necessaria per ogni azione comune. Come vedremo questo genere di considerazioni è di grande importanza se si vogliono indagare i problemi connessi alla relazione circolare tra immaginario condiviso e cambiamento istituzionale.