Perché non agiamo contro la crisi climatica?

Gli episodi di questi ultimi mesi (a cominciare con gli incendi in Australia) domostrano sempre più chiaramente la difficoltà di intraprendere azioni serie contro la crisi climatica. Ma perchè non basta neanche più l’evidenza televisiva?

In primo luogo per una questione politica, come ha scritto Paul Krugman su La Repubblica il 14/01/20. “Gli ottimisti hanno sempre contato, per risolvere il cambiamento del clima, su un ampio consenso a favore di misure per salvare il Pianeta. Il problema, si era soliti dire, era che non si passava all’azione perché era difficile catturare l’attenzione della popolazione: la faccenda era complessa mentre i danni troppo graduali e perlopiù invisibili, fino ad un futuro lontano non meglio definito. Di sicuro, però, una volta che un numero sufficiente di persone fosse diventato pienamente consapevole dei pericoli, agire a favore del clima avrebbe smesso di essere una questione di parte…. Invece, l’esperienza dell’Australia lascia intendere che il negazionismo del cambiamento del clima continuerà, costi quel che costi” perché ci sono troppi interessi in gioco ed una parte della società semplicemente non vuole affrontare questa crisi perché ci avrebbe da perdere!

In secondo luogo, perché sapere qualcosa non vuol dire sapersi attivare e risolverla, altrimenti non ci sarebbero le dipendenze e la metà di tutti i problemi umani. Può essere per paura, pigrizia, sfiducia o cento altri motivi, presenti probabilmente in ciascuno in un mix diverso: ma certamente parlarne solo non basta! Bisogna invece riuscire a parlare ad ognuno con gli argomenti giusti – e questa è una sfida personale per ognuno di noi. Ma a livello macro, serve una giusta “segmentazione” della popolazione, per decidere (almeno a grandi linee) come parlare e motivare ogni sotto-gruppo: come insegna il marketing e come sappiamo dalle nostre vite quotidiane, dire la parola giusta alla persona sbagliata è come dire la cosa sbagliata alla persona giusta!

Ad esempio, questa ricerca americana ha raggruppato il pubblico in sei diversi segmenti, ben differenziati in termini di atteggiamenti nei confronti del cambiamento climatico e delle azioni da intraprendere. Gli allarmati: questo gruppo è pienamente convinto della realtà e della gravità del cambiamento climatico e sta già intraprendendo azioni individuali, di consumo e politiche per affrontarlo. I preoccupati: questo gruppo è anche convinto che il globo si stia riscaldando e che sia un problema serio, ma non si è ancora occupato personalmente della questione, incluso il voto per partiti con politiche climatiche forti. I cauti, i disimpegnati e i dubbiosi: questi gruppi rappresentano diverse fasi di comprensione e accettazione del problema, ma nessuno è attivamente coinvolto. Gli sprezzanti: questo gruppo è molto sicuro che i cambiamenti climatici non stiano avvenendo e spesso è attivamente coinvolto come oppositore di uno sforzo per ridurre le emissioni; alcuni di loro hanno importanti posizioni di potere nel governo, nell’industria e nei media. Sarebbe bello poter fare uno studio simile anche in Italia!

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Molto importante è anche il linguaggio che si usa per comunicare certi temi. Ad esempio, The Guardian ha fatto un piccolo glossario di termini da usare ed evitare: “emergenza o crisi climatica” e non “cambiamento climatico”; “Negazionisti climatici e non scettici”; “fauna selvatica” e non “biodiversità”; “Popolazioni ittiche” anziché “stock ittici”.

L’unico modo per rendere più accettabile e meno dolorosa questa svolta è costruire e comunicare quella che Alexander Langer aveva definito una «transizione socialmente desiderabile» e cioè non una rinuncia totale, ma un cambiamento frammentato in piccoli traguardi che si portino dietro anche miglioramenti della vita e delle condizioni sociali. Bisogna equilibrare catastrofismo e speranza, spingere per azioni urgenti e concrete per il bene della maggioranza e delle fasce più deboli.