Lavorare in modalità “essere” anzichè “fare”

Anche la nostra attività professionale può, anzi deve, essere influenzata dalla modalità “essere” anzichè “fare” (per non dire “avere”).

La modalità del fare è volta a conseguire (spesso solo) degli obiettivi prefissati, concentrandoci continuamente sulla discrepanza tra la nostra idea di dove ci troviamo in questo momento e le nostre idee di dove dovremmo essere, in modo spesso compulsivo, abituale e inconscio. La modalità dell’essere, per contro, non si occupa del divario tra il modo in cui stanno le cose e il modo in cui vorremmo che fossero: almeno in linea di principio, non c’è nessun attaccamento ad alcuno specifico obiettivo da conseguire. Questo orientamento a “non lottare” contribuisce di per sé a liberarci dalla rigorosa concentrazione sull’obiettivo che è tipica della modalità del fare. Inoltre, non essendoci necessità di un monitoraggio e di una valutazione continui, riusciamo ad avere un’attenzione non giudicante ed improntata all’accettazione. Ogni momento presente può essere accolto così com’è, in tutta la sua profondità, ampiezza e ricchezza, senza “secondi fini”, senza un costante giudizio su quanto il nostro mondo sia distante da come vorremmo che fosse.

Ma non valutare costantemente la nostra esperienza in questo modo, non vuol dire andare alla deriva, senza uno scopo o una direzione: possiamo ancora agire con intenzione e in modo mirato. Quando agiamo nella modalità dell’essere, non siamo più concentrati o attaccati alle nostre mete, ma al contrario possiamo estendere la nostra sfera d’attenzione oltre a quanto è necessario per conseguirlo in quel momento. Ciò significa anche che, anziché mettere in atto tanti sforzi per respingere le emozioni “inaccettabili” che ci attraversano, andiamo loro incontro con piena consapevolezza, che non è una rassegnazione passiva ma anzi è impregnata di calore, compassione e interesse. “La natura della consapevolezza è l’impegno: laddove c’è interesse, segue un’attenzione naturale non forzata.”

Ciò ci porta a vivere (o lavorare) ponendosi delle direzioni ma non delle mete. Porsi una meta vuol dire andare incontro a frustazione ed insoddisfazione perché tutto è impermanente; non avere una direzione o una “rotta” ci espone ai cattivi frutti della legge di causa-effetto. In questo modo tutto il viaggio prende valore, ogni momento è importante, orientiamo e viviamo il presente con pienezza, senza angosce o condizioni esterne. Che è poi il modo “assoluto” in cui giocano i bambini: “sono” in quello che fanno con tutto sè stesso, senza distrazioni e senza target orari da rispettare!