La decrescita al tempo del Covid-19

Articolo scritto per www.decrescitafelice.it il 21/3/20

In questi tempi drammatici di emergenza da coronavirus, con serie limitazioni a tutte le usuali libertà personali/sociali ed attività economiche, è sempre più forte il rischio di ulteriori strumentalizzazioni del concetto di decrescita: ormai da giorni diversi media (giornali, siti),  ma anche amici o conoscenti ci chiedono se siamo soddisfatti “dell’attuale decrescita che stiamo vivendo”. È quindi ancora più importante spiegare chiaramente in cosa questa drammatica crisi sia diversa dalla decrescita e quali lezioni se ne possano trarre.

In generale, come ha ben scritto Maurizio Pallante sul Fatto Quotidiano il 6/3 u.s., non bisogna confondere il concetto di decrescita, che è una riduzione volontaria, selettiva e governata della produzione di merci che non hanno alcuna utilità e creano danni, con quello di recessione, che consiste in una riduzione generalizzata della produzione di tutte le merci, utili e inutili, non scelta, ma subita a causa di una congiuntura economica o di una dinamica biologica come l’attuale diffusione del Covid-19.

In particolare, con questa crisi stiamo indubbiamente assistendo ad una drammatica ed imprevedibile fermata dell’economia, che davvero somiglia (per usare una bella immagine già usata da altri) ad “uno sgambetto ad un gigante che corre”: adesso il gigante è caduto pesantemente e rovinosamente, facendo danni enormi a se stesso e agli altri. Secondo la decrescita, invece, il gigante avrebbe dovuto rallentare, dimagrire ed imparare a stare in equilibrio anche senza correre, in modo che nessuno sgambetto gli avrebbe potuto fare del male – e di conseguenza lui non ne avrebbe fatto agli altri. 

In ogni caso questa crisi e questa immagine possono essere utili a capire meglio alcuni fenomeni che stanno avvenendo e quali lezioni trarne per poter, quando si ripartirà, costruire un mondo  migliore di quello precedente, che per tanti motivi è quello che ci ha portati a questa crisi.

1. Il gigante sembra inarrestabile ma (sia pur con le cattive) può essere fermato. Come ha detto anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, “le foto della Nasa sulla Cina sono la dimostrazione che si può ridurre l’inquinamento”: quindi non solo le attività umane incidono sulla situazione climatica, ma è anche possibile fermare o rallentare l’economia, facendo cose che in tempi normali sembrerebbero impossibili, con immediati benefici per l’ambiente (e quindi paradossalmente per la salute umana). Per quale motivo, senza arrivare a fermare intere nazioni, non si potrà usare la stessa coerenza e severità per contrastare l’inquinamento atmosferico, che fa 80 mila morti l’anno, tutti gli anni, soltanto in Italia? Non potremmo noi tutti modificare i nostri vecchi stili di vita per renderli più sostenibili? Certo “con lo sgambetto” si generano enormi costi sociali, ma è proprio in questo che la decrescita differisce dalla recessione! 

2. Fare lo sgambetto al gigante è più facile che metterlo a dieta. Come ha scritto Marco Bagliani, la tanto invocata similitudine tra coronavirus e crisi climatica è solo apparente: il primo ha una precisa collocazione temporale e spaziale, mentre il secondo ha tempi lunghi e luoghi imprecisati. Da cui la differente natura delle ricadute sulle vite dei singoli: “Mettersi in gioco per fermare il virus prevede un sacrificio a breve termine (limitare i viaggi, indossare le mascherine), mentre provare a contrastare il cambiamento climatico significa rivedere gli stili di vita per sempre”. Che è esattamente la strada della decrescita…

3. Prima di fermare il gigante, bisogna cambiargli obiettivo. L’interruzione forzata delle attività rischia di non portare nessun beneficio nel lungo periodo: appena passerà l’emergenza, tutti i Paesi colpiti dalla crisi cercheranno di rimettersi a correre ancora di più, per recuperare la produzione e la crescita persi. Per la decrescita, invece, “rallentamento e dimagrimento” devono essere consapevoli e duraturi, sia da parte delle autorità pubbliche, che da parte dei singoli cittadini. Speriamo quindi che si approfitti di questa situazione straordinaria per ripartire con maggiore calma e saggezza, sfruttando questa drammatica crisi anche come un’opportunità.

4. Il gigante cade perché è già malato. Il sistema economico globalizzato, teso alla massima efficienza, sta dimostrando e pagando tutta la sua fragilità ed insostenibilità: tutti i sistemi artificiali basati su un’unica variabile (il denaro per quello economico) o su un uso spinto delle tecnologie, possiedono scarsa resilienza, ridondanza e flessibilità, a differenza dei sistemi viventi. Non a caso, l’origine e la diffusione del virus sono collegate a smog, clima, deforestazione, allevamenti intensivi, emissioni inquinanti e scomparsa degli habitat; anzi, sembra che smog e polveri sottili ne abbiano quanto meno accelerato la diffusione. Per questo definiamo felice la decrescita: “la dieta del gigante”, se ben eseguita, migliorerà la qualità della vita e dell’ambiente. 

5. Quando il gigante crolla a terra, i più piccoli e deboli si fanno più male. Le drammatiche conseguenze economiche causate dall’interruzione delle attività sociali e commerciali saranno, come sempre, peggiori per i più poveri, deboli e meno tutelati (lavoratori autonomi, occasionali, precari, a partita iva, piccoli imprenditori e tutto il mondo del lavoro non dipendente), su cui però si basa gran parte dell’economia e della società italiana. Speriamo che questa drammatica crisi possa essere l’occasione per una seria ridefinizione di tutti i concetti di occupazione, lavoro e reddito, insieme al sistema fiscale, educativo, culturale, ecc., come MDF propone ed auspica da tempo. 

6. Invece di correre appresso al gigante, dobbiamo (ri)prenderci cura di noi e del nostro territorio. Ci siamo resi conto che possiamo vivere senza calcio, senza lusso, senza movida, ma non senza rapporti umani, il pane fresco, la sanità pubblica, gli operatori ecologici o le forze armate. Questa crisi potrebbe anche essere l’occasione per ridefinire le nostre priorità personali e sociali, di cambiare davvero (almeno) alcune delle nostre abitudini, per riscoprire attività, rapporti, consumi, lavoro e vacanze a km. zero, e per (ri)valorizzare la comunità, la socialità, la cura reciproca e la convivialità, ecc. – che sono tra i valori fondanti della società e dell’economia della decrescita.

7. Il gigante non sarà comunque lo stesso di prima. Come ha scritto Gordon Lichfield, direttore di MIT Technology Review. “La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più (come prima)”. Ma saranno le scelte che faremo nei prossimi giorni o mesi a cambiare le nostre vite per gli anni a venire, in un senso o in un altro, in tutti i settori: ad esempio, in questo articolo sul Financial Times, Yuval Noah Harari descrive i possibili diversi scenari che si potrebbero aprire in base a due scelte specifiche: la prima è tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini, la seconda tra l’isolamento nazionalista e la solidarietà globale.

#andràtuttobene– anzi speriamo #andràtuttomeglio, senza “desiderare un velocissimo, automatico “ritorno alla normalità” – che non è affatto normale”! Speriamo che si possa ripartire in modo più dolce, sano ed intelligente: con una maggiore attenzione all’economia ed alle catene produttive locali, con una maggiore consapevolezza delle cose davvero importanti nella vita, con una maggiore fraternità e solidarietà con tutti, in particolare verso i più deboli e sfortunati, con un maggior rispetto per le persone competenti che nei momenti difficili possono salvare la nave, e con un minore attaccamento alle nostre vecchie abitudini e stili di vita.

Mai come in questo momento dobbiamo riuscire a far sentire la nostra voce e le nostre proposte!