La sostenibilità, questa sconosciuta

Quello della sostenibilità è un altro temine di cui ormai si abusa quotidianamente: tutto è o sarà sostenibile, dalle nostre vite alle aziende allo sviluppo, forse oggi no ma sicuramente domani o dopodomani (forse nel 2050!). In questo articolo vorrei brevemente provare a spiegare quanto e perché siamo lontani dalla sostenibilità “assoluta” e “forte” di cui abbiamo bisogno, per poter vivere oggi ed in futuro una vita giusta per tutti.

In primo luogo, bisogna rendersi conto che la situazione attuale è assolutamente insostenibile dal punto di vista ecologico ,nè oggi nè domani. Ad esempio l’Earth Overshoot Day, che misura lo scarto fra impronta ecologica e biocapacità, ogni anno continua ad anticiparsi e nel 2019 è caduto il 29 luglio: ciò vuol dire che oggi consumiamo risorse pari a 1,7 volte la capacità rigenerativa annuale della Terra! In termini di “impronta ecologica”, quella media mondiale è di 2,8 ettari a testa, mentre quella sostenibile è di 1,7! In secondo luogo, la distribuzione dell’impronta ecologica è estremamente diseguale: se la media attuale è 2,8 ha, l’Italia è a 4,6 ha, gli USA a 8,2 ha, l’Australia a 9,3 ha ed il Lussemburgo a 15,8 ha! Ovviamente, l’impronta ecologica (di cui le emissioni di CO2 sono un’altra misura) sono estremamente correlate al reddito: noi ricchi (o “sviluppati”) siamo quelli che stanno avvelenando e distruggendo il Pianeta, tanto che più che di “Antropocene” è giusto parlare di “Capitalocene” o, ancora meglio, di “Crescitocene“.

Ma cosa vuol dire poi concretamente sostenibile? Secondo la famosa definizione del rapporto Brundtland, lo sviluppo sostenibile è lo “sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Esso quindi al suo interno contiene (o è definito da) due concetti chiave: quello di “bisogni” e quello di “limiti”, mentre non parla di soddisfacimento dei desideri o l’aumento del benessere economico o sociale. Sulla base di questa definizione, si aprono due questioni fondamentali: 1) Come soddisfare i bisogni umani attuali (giustizia inter-generazionale) e 2) Cosa lasciare alle generazioni future (giustizia intra-generazionale)

Come soddisfare i bisogni umani attuali (giustizia inter-generazionale)?

Come dobbiamo vivere oggi? È giusto avere queste impronte ecologiche così diverse? Che (parte di) nazioni abbiano ogni ben di Dio (materiale) mentre altri miliardi di persone hanno poco o nulla? Partendo da un’idea di interdipendenza ed “unicità” di tutte le diverse forme di esistenza, a prescindere dai loro legami spaziali, temporali o causali, chi scrive ritiene ovviamente che a tutte queste domande si debba rispondere negativamente e che i nostri doveri verso gli altri esseri umani debbano essere basati su standard assoluti (“garantire a tutti ciò che è necessario a soddisfare i bisogni del presente per una vita umana dignitosa”) e non solo comparativi (“non far stare nessuno peggio delle sue generazioni precedenti”). Cioè tutti dovremmo avere gli stessi diritti, oggi ed in futuro. Il fatto di non riuscirci è un problema sia di colpa individuale, che deve interrogare ogni giorno tutte le nostre scelte personali di vita e di consumo, sia del modo sistemico di organizzazione delle società moderne e capitalistiche basate su grandi strutture socio-economiche altamente dispendiose dal punto di vista sociale ed energetico (cfr. bio-economia).

Certo non è facile definire “ciò che è necessario a soddisfare i bisogni del presente per una vita umana dignitosa”: sono state sviluppate tante diverse teorie, il cui problema fondamentale è se o quanto sia possibile stabilire questi bisogni umani in modo universale a causa della natura relativa, storica e socialmente costruita delle esigenze individuali. Tuttavia, con tutte le limitazioni del caso, esistono dei criteri oggi più o meno riconosciuto, su cui è basata anche la ricerca “A good life for all within planetary boundaries” dell’Università di Leeds.

Giustizia intra-generazionale: Cosa dobbiamo lasciare alle generazioni future?

Fino agli ani 70′ del secolo scorso, il pensiero economico (neoclassico) generalmente ignorava l’ambiente naturale o lo considerava in termini di un fattore sostituibile. Negli anni ’70, l’economista Robert Solow introdusse il concetto di “risorse” come fattore di produzione nel modello di crescita, sostenendo che non vi fosse praticamente alcun problema a sostituire diversi fattori di produzione, anche tra risorse naturali e capitale. Secondo questo modello, la generazione attuale ha il diritto di “prosciugare la piscina” purché lo sostituisca con nuovo capitale: l’eredità ottimale che dobbiamo lasciare alle generazioni future è (solo) un portafoglio complessivo che consentirà loro di soddisfare le future esigenze e preferenze, di cui non siamo a conoscenza e che non possiamo giudicare. In altre parole, la natura può essere consumata a condizione che al suo posto si accumulino altri stock di capitale (umano o artificiale) che possono essenzialmente svolgere le stesse funzioni economiche. Questa è la cosiddetta “sostenibilità debole”, secondo la quale il capitale naturale ed artificiale sono considerati sostituti e si possono/devono attualizzare benefici e costi futuri per massimizzare il valore attuale netto delle future attività economiche. Secondo l’approccio economico standard, l’attualizzazione è giustificata perché ci si aspetta che le generazioni future stiano meglio degli attuali viventi, a causa delle aspettative di crescita esponenziale. Pertanto, alla generazione attuale è consentito svalutare (o attualizzare) i flussi di reddito futuri e ridistribuire parte dei redditi più alti futuri alla generazione attuale. Da questo punto di vista, la conservazione delle risorse naturali è un obiettivo significativo e fattibile solo se si dimostra più efficiente rispetto ad altri tipi di reddito: cosa possibile purché le risorse naturali siano espresse in termini monetari. In altre parole ancora, dal punto di vista della sostenibilità debole, il nostro sistema economico non è né incorporato negli ecosistemi né dipendente da essi: l’economia è potenzialmente illimitata e la crescita è incoraggiata al fine di garantire alle generazioni future un maggiore stock di capitale (e possibilmente un più elevato flusso di utilità per persona, rispetto ad oggi). Non serve aggiungere che è esattamente questo approccio con queste motivazioni che sta portando alla distruzione della Natura!

A questa visione tradizionale, cuore della teoria economica dominante (anche per questo ossessionata dalla crescita!) si è negli anni affiancata quella della “sostenibilità forte”, nata negli anni ’70 con l’emergere della teoria dei sistemi e dell’economia ecologica, come ad esempio nel famoso libro del Club di Roma “The Limits to Growth” (1972) che sostenuto l’impossibilità della crescita economica (illimitata) a causa delle risorse limitate.  Contro la sostenibilità debole, i sostenitori della “sostenibilità forte” ritengono che la sostituzione tra diversi titoli di capitale sia molto limitata: se anche possiamo utilizzare meno risorse per singola unità di produzione (disaccoppiamento relativo), la nostra economia richiede più input di risorse rispetto a prima. Secondo la sostenibilità forte, il nostro sistema economico è fondamentalmente incorporato nei sistemi naturali (e sociali) e quindi la crescita (di popolazione, produzione e consumi) è limitata dalle capacità biofisiche del pianeta: siccome il capitale naturale è il fattore scarso, esso deve essere preservato su ogni scala (globale, continentale, nazionale) per rispetto sia morale che economico delle generazioni future. La perdita di capitale naturale, talvolta irreversibile, impoverisce le prospettive di vita delle generazioni future, la loro libertà di scelta e la loro capacità di prosperare. Anche dal punto di vista finanziario, quindi, come in tutti i casi in cui dobbiamo aspettarci che in futuro avremo meno e non più, dovremmo investire nella conservazione e attualizzare negativamente i futuri flussi di cassa.

La controversia economica tra sostenibilità debole e forte rivela le diverse prospettive su ciò che è considerata una giusta eredità per le generazioni future. Da un lato, abbiamo un approccio basato sul welfarismo (cioè l’idea che ciò che conta per le persone è il flusso di utilità dei beni, tipicamente inquadrato in termini di felicità soggettivamente percepita), secondo il quale tutto è in linea di principio sostituibile come mezzo di soddisfazione individuale: il denaro nella sua astrazione è il miglior proxy per misurare il benessere così inteso. D’altra parte, un approccio alla sostenibilità forte si basa sull’idea che ci sono alcune caratteristiche specifiche dei processi biologici che non possono essere ridotte a una funzione generale di utilità, a causa dell’irreversibilità della trasformazione qualitativa che li influenza, e che valori e deliberazione politica determinare il quadro in base al quale decidere su cosa conservare o utilizzare, invece di affidarsi a strumenti di mercato per percorsi di gestione “ottimali”. Secondo molti studiosi, numerosi argomenti supportano l’ipotesi della sostenibilità forte, come una migliore spiegazione della multifunzionalità e della struttura temporale dei sistemi ecologici, una valutazione del rischio basata sul principio di precauzione, una maggiore libertà di scelta per le generazioni future di fronte al probabile cambiamento ecologico irreversibile, una migliore considerazione dei diversi sistemi di valori e valutazione delle relazioni uomo-natura, e così via.

Purtroppo quello della “sostenibilità debole” è ancora il modo con cui le istituzioni pubbliche cercano di “fare i conti” con la natura, come hanno scritto Paolo Cacciari e Aldo Maria Femia il 17/3/2020. Se l’Agenda 2030 dell’Onu per lo Sviluppo Sostenibile (2015) afferma di voler «integrare i valori degli ecosistemi e della biodiversità nelle pianificazioni nazionali e locali e nei processi di sviluppo» (Target 15.9), ci sono due modi opposti di intendere l’“integrazione”: sottoporre rigorosamente le attività antropiche alle leggi bio-geo-fisiche che regolano gli ecosistemi (sostenibilità forte) oppure ridurre la natura a “capitale” considerandola un giacimento di sostanze, sistemi e servizi che possono avere un qualche utilizzo economico e piegarla alla logica di mercato (sostenibilità debole). Purtroppo i decisori politici e i loro fidi consiglieri, gli economisti, intendono procedere per la seconda strada…

Senza dubbio, invece, per chi scrive l’unica vera sostenibilità è quella forte, che rispetta la natura “a prescindere”, come è alla base sia della teoria bioeconomica che della decrescita e della economia buddista.