L’effetto covid-19 sulle riduzioni di CO2 (primi dati)

Articolo pubblicato anche su www.decrescitafelice.it

La terribile crisi scatenata dal COVID-19 e le conseguenti azioni di (quasi) tutti i governi del mondo sta ovviamente portando ad un netto rallentamento delle attività economiche a livello globale, con catastrofiche previsioni per il PIL e la disoccupazione. D’altra parte tutti abbiamo visto cieli più limpidi ed acque più pulite (ad es. a Venezia) come prova immediata di ciò che può accadere quando gli individui smettono di inquinare, anche se per poco tempo. 

Il problema è che l’inquinamento “diretto” non è uguale alle emissioni di CO2 o di metano, che sono invisibili e che in buona parte sono continuate in questi mesi, come per esempio i consumi energetici familiari e produttivi. Ma quali sono allora i veri effetti del lockdown sulle emissioni? Come spesso accade, i (primi) dati sono alquanto contraddittori.

In un recente Dossier, Italy for Climate calcola che in Italia nel periodo del lockdown (marzo e aprile) le emissioni siano calate del 35% (-23% per l’energia elettrica, -26% per il gas e -50% per i prodotti petroliferi, valore che sale a -70% guardando solo al comparto trasporti), con un calo assoluto di oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 rispetto al 2019. Il rapporto non fa previsioni sul totale 2020, che ovviamente dipenderà dalla eventuale ripresa economica: matematicamente, un calo del 35% in un solo bimestre significa un calo del 5,8% su base annua (assumendo che da aprile si torni esattamente pari al 2019); una simulazione più realistica, basata su una graduale ripresa delle attività economiche, ci porta invece ad una stima di -13% su base annua.

Dati diversi ma non totalmente contraddittori arrivano invece da un’analisi pubblicata da Carbon Brief e da uno studio di Goldman Sachs dal titolo “COVID-19 – Lo spostamento del dibattito sui cambiamenti climatici” (riportato da Carlotta Scozzari su Business Insider il 20/4), che stimano un calo delle emissioni pari al 5,5% per il 2020 a livello globale, aggiungendo che“il 2020è fin quitestimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre”, maggiore di quelli registrati durante la II guerra mondiale o tutte le precedenti recessioni.

Che insegnamenti e indicazioni possiamo trarre da questi dati?

Innanzitutto, occorre aspettare qualche mese e qualche analisi in più per capirci qualcosa di più preciso; anche perchè, ovviamente, i dati “veri” varieranno in base alla durata ed alle modalità del lockdown e, soprattutto, alle politiche che saranno implementate per uscire dalla crisi (come scrive Alessandro Turci su Forbes).

In secondo luogo, occorre fare pressioni sui governi locali, nazionali ed europeo affinché la ripresa dalla attuale crisi tenga conto anche delle variabili ambientali, come le parole del Ministro Costa lasciano sperare, subordinando ogni finanziamento alla sostenibilità o ecologicità delle attività da finanziare. Indebitarsi per finanziare aziende che continuano ad inquinare e causare problemi ambientali sarebbe una vera follia, come scrive anche George Monbiot su The Guardian.

In terzo luogo, partendo dal fatto che per raggiungere gli obiettivi di Parigi (aumento della temperatura media di 1,5° entro il 2050) serve una riduzione delle emissioni globali del 6,4% annuo per i prossimi 30 anni, possiamo dire che raggiungere questi obiettivi richiederebbe uno sforzo certamente importante, ma non paragonabile a quello vissuto in questi due mesi di lockdown. D’altro canto, però, questo sforzo deve essere strutturale, cioè continuo: le emissioni (nette) vanno ridotte ogni anno di più, per poterle (prima o poi) azzerare. Qualunque sia il vero calo a fine anno (del 5%, 15% o 35%), avremo compiuto solo il primo passo (e per ragioni indipendenti dalla nostra volontà) nella direzione giusta ma nelle modalità sbagliate.

Non si deve quindi nè cantare vittoria e gioire per questi (primi) dati, nè però d’altra parte seguire la posizione di Goldman Sachs che, nel sopracitato report, scrive che è “impossibile raggiungere gli ambiziosi obiettivi sul clima fissati dalla conferenza di Parigi”, suggerendo quindi (neanche tanto) velatamente che tanto vale dimenticarsene e tornare al “Business as Usual”. 

Quello che occorre davvero è un vero cambiamento della società, radicale e strutturale: come dimostrato anche dal modello macroeconomico 2METE, sviluppato dall’Università di Pisa con il MDF, le politiche energetiche non sono sufficienti, ma servono anche una significativa rilocalizzazione dell’economia, con uno strutturale accorciamento delle filiere produttive, ma soprattutto una consistente riduzione dei consumi e della produzione ed un cambiamento degli stili di vita e delle scelte dei cittadini, verso una esistenza più sobria, conviviale e solidale. Ma tutto ciò non sarà possibile se non sapremo ribellarci al sempre più forte “ricatto occupazionale”, per cui è importante qualunque lavoro pur di creare occupazione (e consumi e inquinamento), come spiegato nella nostra “Visione Occupazione e Lavoro”. Solo in questo modo sarà possibile far sì che la nuova società (che sarà sicuramente diversa da quella precedente a questa crisi) riesca ad aumentare il benessere di tutti e di ciascuno, riducendo la povertà, la disuguaglianza e l’impatto ambientale, partendo da politiche che permettano una redistribuzione del (ridotto) lavoro retribuito e del relativo salario. Se non si riuscirà ad uscire dal ricatto occupazionale che sta già andando in onda tutti i giorni, ogni altro obiettivo sarà irraggiungibile. 

Inoltre, bisogna ricordare che qualunque calo delle emissioni di carbonio non porterà ad alcun immediato cambiamento nella tendenza al riscaldamento della Terra. Alcuni scienziati paragonano l’anidride carbonica nell’atmosfera all’acqua in una vasca da bagno: al momento abbiamo solo chiuso un po’ il rubinetto, ma prima che la vasca si svuoti ci vorrà molto tempo (se tutto va bene). Fino a quando non ridurremo le emissioni a zero (in modo che le emissioni che immettiamo nell’atmosfera siano equivalenti a quelle che la Terra è in grado di assorbire) la Terra continuerà a riscaldarsi. Anzi, per ironia della sorte, la diminuzione dell’inquinamento atmosferico potrebbe portare nel breve periodo ad un ulteriore aumento delle temperature, perchè molte particelle inquinanti hanno un effetto “mascherante” sul riscaldamento globale, riflettendo i raggi del sole ed annullando parte del riscaldamento dovuto alle emissioni di gas serra. Con meno particelle inquinanti, quindi, potremmo vedere un aumento del riscaldamento!

Altro punto su cui ragionare è quanto rapidamente l’azzeramento delle emissioni debba avvenire per le diverse parti del mondo, in base alle emissioni cumulate nella storia. Ad esempio, gli scienziati dello Stockholm Environment Institute stimano che i paesi del Nord America e dell’Europa, responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni storiche, dovrebbero raggiungere lo zero netto ben prima del 2030 – e non nel 2050 come ipotizzato dagli accordi di Parigi.

In ogni caso, come ha scritto recentemente anche Jason Hickel, serve un “rapido capovolgimento della nostra attuale direzione come civiltà, cioè revisionare completamente in soli (massimo) 30 anni l’infrastruttura energetica ed economica globale, costruita negli ultimi 250 anni.” Però sappiamo che si può fare!

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