Economia buddista

Il buddismo ha molti spunti validi per la definizione di una nuova economia, più giusta e sostenibile, partendo da alcuni propri valori fondanti, quali l’interdipendenza, l’impermanenza e la vacuità di tutte le cose, la compassione, l’accettazione e la rinuncia, nonchè le “nobili verità” sul dolore e la felicità degli esseri umani. Cosa ancora più interessante è che molti di questi concetti stanno trovando conferma nelle più moderne teoria della meccanica quantistica o delle neuroscienze (cfr. articolo di Carlo Rovelli).

La pratica della vera compassione consiste nell’agire per eliminare i problemi degli altri alla radice, una volta per tutte. Siccome spesso le persone soffrono a causa della struttura della nostra società e della nostra economia, praticare la vera compassione consiste quindi (anche) nel cambiare la struttura economica e rimuovere le barriere contro alcuni gruppi sociali. Questo è parte integrante dell’ottuplice sentiero per porre fine alla sofferenza ed in particolare del “retto sostentamento”, che cioè il proprio modo di vivere non danneggi il benessere degli altri e della società. Ai vecchi tempi, voleva dire non praticare certe professioni come il commercio di armi; oggi, con un’economia molto diversa, significa come minimo non contribuire alle ingiustizie ed atrocità economiche (come la distruzione dell’ambiente e la crescita delle disuguaglianze), smascherare le illusioni in cui siamo intrappolati e cercare attivamente di migliorare la giustizia economica della nostra società.

La prima riflessione è che, nonostante professi la ricerca della felicità, il capitalismo ha bisogno (e quindi alimenta) l’infelicità delle persone. Fondandosi su una visione egoistica dell’uomo, che ha come scopo quello di arricchirsi il più possibile e di ottenere il maggior profitto materiale possibile, anche (o soprattutto) a discapito degli altri, il consumismo e la pubblicità alimentano quella bramosia (o avidità o “sete”) e quell’egoismo che secondo il buddismo sono proprio “i veleni” che creano l’infelicità umana!

Bisogna invece rendersi conto che siamo solo relazioni e che è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso; quindi la felicità non può venire dalle cose ma solo dalle persone e dalla società di cui facciamo parte, ecc. Bisogna quindi abbandonare l’illusione del consumismo e del desiderio, smascherare gli inganni della publicità ed aumentare la nostra consapevolezza di ogni atto, acquisto o consumo.

Bisogna rimettere al centro dell’economia i concetti di limite e di sufficienza (contro brama, avidità ed ingordigia), concetti sia buddisti che “decrescenti”: “Tutti avremo abbastanza una volta che ci limiteremo e condivideremo ciò che già abbiamo. Solo quando accettiamo che i nostri desideri sono limitati e possono essere soddisfatti, finalmente godremo di un mondo abbondante”. (da “Limits” di Giorgos Kallis).

Inoltre, come ha scritto E.F.Schumacher nel famoso “Piccolo è bello”, occorre massimizzare non il consumo ma il benessere, di cui il primo non è che un mezzo; il lavoro deve rimanere creativo e fonte di realizzazione, cosa impedita dagli eccessi della meccanizzazione; le risorse non rinnovabili vanno usate solo se strettamente indispensabili; et similia.

Seguiranno altri pensieri e riflessioni!