Le imprese

Se a livello “macro (economico)”, la causa della crisi è “del modello”, le imprese ne sono il braccio armato – anche se ovviamente non tutte.

Da un lato, le grandi multinazionali con azionisti “anonimi” interessati solo al massimo rendimento del loro capitale “a prescindere da tutto il resto”, sono la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità: non hanno normalmente scrupoli a sfruttare (e se serve distruggere) la natura e le persone, pur di raggiungere i propri obiettivi, aldilà di ogni controllo democratico o sociale.

Al contrario, le medie/piccole imprese, “a misura d’uomo”, in cui gli azionisiti sono anche lavoratori e di cui è particolarmente ricca l’Italia, costituiscono un vero patrimonio sociale, anche perchè sono di solito realmente “radicate” nella loro società e comunità – e quindi fanno molta attenzione ai loro impatti sociali. Queste imprese (ed i loro azionisti e lavoratori) non sono quindi parte della “grande accumulazione”, ma piuttosto sue vittime, come si vede ogni giorno con la moria di piccole imprese falciate dalla concorrenza impossibile delle grandi multinazionali globalizzate.

Riteniamo quindi che in futuro avranno sempre un ruolo centrale nella nostra società, tutte le imprese capaci di produrre beni o servizi utili per la collettività, come da art. 41 Cost.:  “L’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana; quindi deve essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Quindi imprese “umane”, “civili”, sostenibili, circolari, ecologiche, capaci di rispettare e valorizzare le dimensioni umane, sociali ed ambientali del nostro mondo, producendo benessere ma minimizzando l’uso di energie, risorse e rifiuti.

Per poter sopravvivere, però, le aziende dovranno adottare comportamenti diversi da quelli della “società della crescita”: abbandonare la ricerca del massimo profitto immediato per gli azionisti (come, per ora solo a parole, stanno riconoscendo anche i CEO delle grandi multinazionali) e della crescita continua, per stabilizzarsi nella dimensione ideale; impostare l’organizzazione dell’azienda secondo il principio della sobrietà; trovare nuovi paradigmi di eccellenza, come rispetto dell’ambiente, etica, autenticità e non solo i prezzi (che poi impongono una corsa al ribasso su qualità, condizioni di lavoro, ecc.); priorizzare lo sviluppo dei mercati e delle comunità locali, anche con progetti di “valore condiviso”; trattare in modo giusto ed etico dipendenti, collaboratori, fornitori, ecc.; innovare per ridurre il proprio impatto ecologico; assumere le proprie scelte strategiche insieme a tutti i portatori di interesse; farsi ispirare dalle 30 tesi del The Newtrain Manifesto; non opporsi a misure come plastic tax, sugar tax, carbon tax ed a qualunque “conversione ecologica dell’economia”; scegliere anche nuovi leader, ” consapevoli, disinteressati e compassionevoli”, come spiega il Dalai Lama; superare la spersonalizzazione dell’opus operatum e riavvicinarsi all’oikonomia della forma di vita di San Francesco.

Da notare come a febbraio 2020 anche la prestigiosa Harward Business Review abbia dedicato un articolo alla decrescita ed a come le aziende non se ne dovrebbero far spaventare.

Certo il percorso non sarà facile, ma se volete scoprire come possiamo aiutarvi, contattateci!